I can't get no sleep
Dopo una serata passata a ridere & scherzare con un quintetto di bloggers adorabili, teneri e divertenti (prove tecniche di amicizia in corso: direi venute molto bene, vero?), una notte d'insonnia e solitudine, anzi solitudini.
E poi oggi una levataccia, ma per incontrare un amico che da 7 anni (a leggere il numero non ci credo) non vedevo. L'ho perso di vista dj e l'ho ritrovato blogger. E lui credo possa dire altrettanto di me (ma non si smette mai di essere dj, dentro). Uno dei pochi non torinesi a capire la bellezza nascosta (nascostissima) di Torino e ad amare questa metropoli come si merita. Gli ho consegnato le chiavi della città, dopo averlo accompagnato alla sua prossima meta.

Sulla strada del ritorno, foschia, campagna piatta e rari fiori colorati a ricordarci che la primavera non dovrebbe essere maledetta.
Ho pure trovato tre quadrifogli, i primi della stagione. (per qualche strano motivo da anni trovo i quadrifogli a decine; non spaventatevi per il numero, è fin sotto la mia media solita). Ma uno era da buttare. Gli altri due sorridono in foto.
E oggi un pomeriggio un po' alienante, forse per la mancanza di sonno. Forse no.
Hidden place
Pochi giorni fa, solo, nel silenzio della collina che guarda Torino ho scoperto i fiori. Tantissimi, inaccessibili. Lontani dagli occhi di molti.



Strange Meeting II
Deep down in the depths of forgotten dreams
So far away so long ago it seems
The memory comes of a distant beach
Pale sand stretching far from reach
It was then I found my princess of the sand.
As I traced the foam, peebles beneath my feet
I looked behind, I saw this one so sweet
She came to me and I saw in her eyes
The heavy toll of a thousand sights
I called her my princess of the sand.
She stared at me and my mind was in a maze
As we moved along in a summer sea-dream haze
She moved her mouth but there came no sound
The message she brought can never be found
But I called her my princess of the sand.
One moment we walked with the night breeze in our face
Then I looked, she'd gone. Of her presence there was no trace
Where she went or came from who can know
Or if she'll ever return to help me know
Who she is, my princess of the sand.
Sometime when the summer nights come back
I'll go back to the sea, follow that sandy track
I'll look around, hope to find
That strange young dream, close behind
I'll call her my princess of the sand.
Vent'anni senza Enrico Berlinguer
Mentre sto lavorando di lima e di Photoshop alla seconda puntata di Re-esistenza che entro brevissimo spunterà sulle pagine del blog di Renzo, mi sono ricordato di Enrico Berlinguer, anche se non centrava niente con l'argomento. Misteriosi link sinaptici in my mind.
A dire il vero non riesco a scrivere con serenità di Berlinguer. Forse perché mi chiamo (fieramente) Enrico come lui, forse perché fin da bambino sono stato abituato a considerarlo uno di famiglia, un parente vero e proprio. E non è un'iperbole. Per me - e penso per i miei familiari - lo era veramente. E così capitava solo per altre due figure della sinistra italiana: Giancarlo Pajetta e Diego Novelli: vissuti come se fossero parte di noi, anzi di un "noi" indefinito, che non riesco bene ad inquadrare.
Ben 15 giorni prima dell'anniversario della sua scomparsa e tre giorni dopo il suo compleanno, mi viene voglia oggi di ricordare Berlinguer. Un uomo che è scomparso quando avevo appena 10 anni: ricordi da bambino. Eppure quando è morto ricordo di aver pianto sincero: la seconda morte che ho dovuto affrontare dopo quella di mio nonno qualche anno prima.
(Nota: La politica si mescola con i sentimenti: con gli anni sono cresciuto, ho studiato Berlinguer, mi sono fatto su di lui un'opinione razionale, ecc. Ma la sua diversità rimane. Fortissima)
Privo di elementi di giudizio politico, allora ero dispiaciuto per la morte dell'uomo-Berlinguer. Un uomo che - perfino ad un bambino - riusciva a trasmettere la sua diversità (non mi viene la parola ma ci provo) "antropologica" dagli altri, dalle altre facce che passavano in televisione. E' una sensazione che non riesco a definire e forse neppure più a provare, ma quel suo look perennemente pensoso, inadeguato e contemporaneamente familiare e rassicurante mi piaceva, mi sentivo - nella mia ignoranza del mondo - assolutamente rappresentato, come essere umano, da Berlinguer. Una sensazione, forse una delle prime intuizioni adulte, forse una felice coincidenza. Vai a capire.
(nota: più mi rileggo più capisco che non riesco a spiegarmi. Ecco perché non dovrei scrivere di cose che non ho ancora messo a posto.)
A memoria sfoglio un album di sue (nostre?) fotografie . L'abusata immagine con Benigni, una sua immagine a Cuba con un costumino da bagno della Facit, accanto ad un Fidel Castro imponente, un suo primo piano con le rughe (una ogni preoccupazione) e un sorriso da timido, l'ultima gigantografia al suo funerale, circondata da migliaia di pugni chiusi. Tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto essere un segretario di partito. Ma tutto quello che ora come allora avrei desiderato da un uomo destinato a rappresentarci: Berlinguer trasmetteva quel senso di umanità che ho visto raramente altrove. Forse in certi momenti in Pertini.
In mancanza di mie parole intelligenti e sensate, volevo ricordare Enrico Berlinguer con parole di altri. Purtroppo non riesco a trovare un vecchio numero di Linus in cui Ivan Della Mea scriveva forse il migliore editoriale mai fatto sulla sua morte. Un editoriale che mi spiace non abbia trovato spazio nel peraltro ottimo librone dell'Unità su Berlinguer, che spero prima o poi ristampino. Una frase mi è rimasta impressa, delle parole di Ivan Della Mea: la descrizione del dolore di tutti, quel giorno di giugno, lo sgomento "del Presidente della Repubblica come del mio benzinaio".
Rimasto senza (vaghe) parole mie o (belle) altrui, non posso che ricorrere alle immagini. L'Unità ripubblica online la storica vignetta di Staino sul 13 giugno 1984. Giustamente irriverente e affettuosa nei confronti di un uomo (non riesco a scrivere politico, leader o segretario) che rispettavamo e amavamo come uno di quell'indefinito "noi" che dovremmo ritrovare.
Io non dimentico Genova
Sull'assassinio di Carlo Giuliani avrei pagine e pagine da scrivere, ma la cosa - nonostante tutto il tempo passato - mi brucia ancora dentro, quindi mi trattengo perché mi manca la lucidità.
In compenso non c'è volta che Giuliano Giuliani (il padre di Carlo) parli della sua disgrazia personale in cui non mi trovi più che d'accordo con lui. Non so come faccia a controllarsi e a razionalizzare (non ci riesco io che pure non sono suo parente e probabilmente al corteo avrei preso a sberle suo figlio), ma scrive sempre cose sensate, intelligenti, piene di buon senso, assolutamente condivisibili.
Finora non mi è capitato di leggere un articolo più lucido e puntuale sulle responsabilità di Fini il giorno dei fattacci di Genova. Merita assolutamente una lettura. In attesa di una verità che non arriverà mai. Ma tanto ci siamo abituati.
Sono stati loro!
A giudicare dalle facce ritratte nella lavagna a sinistra in questa foto pubblicata online da Repubblica, si direbbe che i più pericolosi terroristi del mondo attualmente siano 3 dei Jackson Five. La somiglianza è incredibile.
Bisogna ancora stabilire esattamente quali tra i 5 fratelli siano i coinvolti. Sicuramente c'è Michael, ritratto nella foto in mezzo. Gli altri non so: mi hanno sempre fatto tutti schifo uguale.
Nella foto a destra, a parte Er Piotta in basso a sinistra e Valerio Staffelli in basso a destra, direi che le facce mi sono sconosciute. Forse quello immediatamente sopra Er Piotta è il cantante dei Banco con un toupè.

I don't wanna grow up...
Mi vergogno un po' a dirlo e mi nascondo dietro Tom Waits, ma se fossi ricco sfondato e avessi una villa in cui posso bellamente fare i cavoli miei, farei tutte le scale così.

Ci stanno prendendo in giro?
Nel silenzio generale - indice di un conformismo un po' preoccupante, su certi temi - l'Unità fa uscire un articolo in cui saltano fuori tutte le perplessità intorno al caso della (presunta) salma di Quattrocchi.
A leggere tutte queste perplessità - condivise dalla famiglia della vittima - c'è da pensare che i resti arrivati dall'Iraq siano un simpatico "pacco" creato ad arte, la cui utilità politica è palese: far sì che la destra possa bullarsi di un risultato e cercare di dare un'immagine di efficienza (anche se nella disgrazia) nella gestione del problema degli ostaggi in Iraq.
L'argomento è un po' necrofilo, ma c'è poco da dire: quelli che ci stanno spacciando per i resti di Quattrocchi potrebbero benissimo essere resti di chissà chi. Non a caso la famiglia ha nominato un perito di parte. E altrettanto non a caso oggi hanno scoperto che parte dei resti sono ossa di animale. Se poi aggiungiamo che non sono state trovate tracce di polvere da sparo o bruciature da proiettile, non so voi ma io sento puzza di fregatura.
Una fregatura fatta alla militare, ovviamente, quindi male. In generale non amo il complottismo e le dietrologie e infatti mi dichiaro perplesso, in attesa di sviluppi. Certo sorprende tutta questa fretta del Governo nel chiudere la bara, fare i funerali di Stato a uno che non si capisce bene che mestiere facesse in Iraq e per conto di chi, crearsi un evento mediatico in cui esibire ottime facce contrite pre-elettorali e continuare a darsi ragione a vicenda (mister Wolf in "Pulp Fiction" avrebbe usato un'espressione più colorita). Tanto qui in Italia le beviamo tutte. Ma proprio tutte.
Ooops!
Il NY Times chiede scusa: la storiaccia delle armi di distruzione di massa in Iraq era una balla. Un po' come i finti mariti di Sandra Milo. I giornalisti ci hanno marciato sopra. Chi rinuncerebbe ad uno scoop che va in prima pagina?
In compenso glissano sul fatto che da queste (e non solo queste) balle sia nata una guerra assurda, ispirata da informatori credibili come Berlusconi in campagna elettorale.
Tanto basta chiedere scusa dopo, no?
Let them eat war
Il fatto che l'america di Bush si sia imbarcata in una delle guerre più idiote e inutili degli ultimi anni sta stimolando la creatività di un bel po' di gruppi musicali.
In generale non amo le canzoni pacifiste, perché di solito le trovo un po' molli (e si sa che nel rock artisticamente rendono di più le "cose cattive", piuttosto che quelle buone). In compenso apprezzo l'ironia, soprattutto se usata bene.
Gli ultimi in ordine di tempo ad aver ironizzato sulla politica di forza degli Stati Uniti Neoconservatori sono i Bad Religion.
Il loro hardcore tendente al pop non è proprio il mio genere, ma li rispetto per il titolo che hanno dato al loro ultimo album: "The empire strikes first".
A proposito di "guerre preventive"...