Mettetela come volete, ma quest'uomo è un mito!
da Repubblica.it di oggi
Madrid taglia l'Iva su libri e Cd - Spagna all'avanguardia in Europa
Per capirci, è una norma che il centrosinistra - Veltroni in testa, incluso quando era ministro - ventilava da anni. Il centrodestra non fa testo, figuriamoci se si occupa di cultura.
Con la differenza che noi stiamo lì a ventilare proposte, mentre gli zapateros spagnoli le realizzano. E il tutto accade sì e no dopo un mesetto di governo socialista in Spagna, cioè in fretta e furia, con determinazione. Altro che programmi dei 100 giorni, patti con gli italiani e altre lentezze. Questo in poco più di 2 settimane sta lasciando il segno.
Finirà che ci ridurremo a comprare il CD via Internet dagli store spagnoli? (per i libri si può fare poco, forse un corso di lingue accelerato, che tra l'altro non fa mai male). Di certo non intendo pagare una coltellata di soldi ai discografici qui in Italia.
Il buttafuori democratico - Cristina D'Avena, ovvero The Blob: il gelato che uccide
Sì, mi è toccata pure Cristina D'Avena. E' un'esperienza che ti segna, che ti lascia stordito per mesi, ma andava fatta. Dopo il suo concerto mi sono ufficialmente considerato un uomo. Non sto scherzando. Ho fatto sicurezza ai Metallica e ho visto due concerti degli Slayer (incluso uno dove i fans pogavano colpendosi sulla schiena con delle sedie pieghevoli), ma l'esperienza più dura in assoluto è stato il suo concerto.
Innanzitutto la parola concerto per la regina delle sigle TV è assolutamente riduttiva. Si tratta di un happening che comincia alle 3 di pomeriggio e finisce chissà a che ora. E la musica è solo un ingrediente nel pastone spettacolare. Già, perché visto il pubblico infantile gli organizzatori portano in tour un vero e proprio circo itinerante.
Immaginatevi il Palasport di Torino (o uno qualsiasi) con la platea invasa da due gigantesche gelaterie a forma - se non ricordo male - di fungo dei Puffi. In mezzo i bambini, tutti accompagnati da un genitore d'ordinanza e muniti di biglietto d'ingresso, che comprende pure un gelato offerto dalle due gelaterie illuminatissime in platea.
Per qualche strana ma comprensibile ragione il gelato offerto è una porcheria: i gusti sono il solito orribile "Puffo" color azzurro (non so il sapore) e un'altra cosa rosa. Uno per i maschietti e uno per le femminucce. Peccato che il gelato artificialissimo si squagli dopo pochi secondi, provochi attacchi di acetone a un bel po' di spettatori e, soprattutto, sia estremamente instabile. Insomma, le palline di gelato cadevano dai coni e non vi dico l'effetto sul pavimento del Palasport.
In più c'è il concerto: un susseguirsi di sigle dei cartoni animati, cantate da Cristina D'Avena solitamente conciata in qualche modo cartoonesco e accompagnata da figuranti con costumi giganti. La cosa avrebbe dovuto far divertire i piccoli fans, ma il risultato era ben altro. Ricordo perfino io un balzo al cuore quando sul palco è salito uno spaventoso Grande Puffo alto 4 metri che incombeva sul pubblico come il maiale di Animals ai concerti dei Pink Floyd.
Il risultato è che i più piccoli tra il pubblico piangono terrorizzati, mentre la musica - bassissima (e forse in playback? Di certo lo erano le basi) - scorre inosservata.
Dopo tre quarti d'ora di concerto si verifica un fenomeno strano: i piccoli fans cominciano a dare segni di nervosismo, forse per colpa del gelato alieno. In verità a me sembravano sintomi di stanchezza: un bambino di 5 o 6 anni non sta 45 minuti fermo in piedi, dopo un po' si scazza. E se si scazza litiga. Nel giro di pochi minuti, solitamente per cause futili (ma ci sono cause serie a quell'età?), sono iniziate una serie di risse tra bambini. Bastava una spintarella in più tra seienni e scattava lo schiaffone tra infanti.
La cosa sarebbe potuta rientrare facilmente nei ranghi della normalità (separare due pupi sotto il metro che si menano è facile), se non fosse che alla rissa in breve tempo si sono aggiunti i genitori. E' bastato che una madre tirasse una sberla ad un bimbo non suo (reo magari di aver macchiato il golfino al suo pargolo) perché la madre del menato intervenisse a sua volta.
In sostanza abbiamo passato 4 ore a dividere risse tra adulti, bambini, ormai incapaci di distinguere una madre che sculaccia il suo figlio naturale e una che sculaccia un perfetto sconosciuto. Il tutto in uno scenario inquietante: un palasport invaso di un blob rosa-azzurro, puntellato a tratt da vomito rosa-azzurro, con bambini inondati di blob rosa-azzurro e lacrime a secchiate, madri che si tirano i capelli, padri che minacciano ritorsioni ad altri padri.
Per noi ragazzi della sicurezza è stato un lavoraccio, anche perché è più facile ragionare con un ventenne che ha bevuto troppo ad un concerto dei Litfiba, piuttosto che dividere due madri che si rotolano per terra in una rissa, con i figli dispersi chissà dove.
Ricordo, poi, che questo concentrato di negatività, livore e bile si svolgeva in uno scenario inquietante: il Palasport trasformato in un confetto, con sul palco l'esatto contrario di cosa accadeva tra il pubblico, ovvero un display di positività, di canzoni stucchevoli sull'amicizia e così via.
La scena più bella è avvenuta quando un ragazzo della sicurezza - ormai sfiancato da ore di wrestling con bambini, genitori e blob rosa-azzurro (che ormai godeva di vita propria) - mentre cercava di dividere non so quante madri in lotta ha letteralmente interrotto non so più quale brano di Licia e i Bee-hives con un sonoro "Ma vai affanculo anche tu!" rivolto alla sempre positivissima Cristina D'Avena, che continuava imperterrita con il suo show. Si è sfiorato l'incidente diplomatico. Anche perché Cristina D'Avena presa male potrebbe essere un mito che crolla, almeno per noi cresciuti negli anni Ottanta.
Poi magari si scopre che in privato la D'Avena ascolta gli Impaled Nazarene, Burzum e si rilassa con qualche disco di no-wave e drill'n'bass, ma vederla smettere il suo sorriso da nuoto sincronizzato per un solo attimo mi ha fatto vacillare.
Fortunatamente, dopo troppo tempo e troppi bis, il "concerto" è finito. Per il Palasport si sono susseguiti a centinaia i "Poi a casa facciamo i conti!", qualche bambino ha opposto resistenza tuffandosi nel blob rosa-azzurro (che era pure diventato adesivo), qualche genitore ha proseguito la faida fuori dal palazzetto (cavoli loro) e noi - ormai ricoperti di quel blob colloso e melassoso, stanchi come braccianti lucani durante la mietitura e incazzati come delle bestie, abbiamo seriamente mandato a stendere il concerto e i suoi partecipanti, convintissimi che Erode in fondo in fondo non aveva tutti i torti (su questo avremmo cambiato tutti idea molto presto, alla prima fidanzata seria).
Il buttafuori democratico - Luca Carboni: che gentleman!
Il primo dei tremila concerti di Luca Carboni che mi sono beccato è stato anche il mio esordio come security-boy. Ovviamente mi hanno messo sotto palco. Visto che porto gli occhiali, mi devono pure aver preso per intelligente, quindi sono stato incaricato di "occuparmi dell'artista". Il che non vuol dire niente, visto che solitamente l'"artista" gira con un codazzo di persone come il peggior primario durante le visite in clinica.
Devo ammettere che Carboni è veramente un tipo diverso dagli altri, forse una delle persone meno "divo" che ho mai conosciuto. Si è presentato al Palasport da solo, sperso come un primino al liceo e timidissimo. Ho fatto il mio dovere di lacché dell'artista e fondamentalmente ho aperto e chiuso porte e cancelletti prima e dopo il passaggio di Carboni. In compenso il ragazzo era (ed è, credo) super simpatico, addirittura espansivo. Dopo mezz'ora dal suo arrivo ha fatto il giro del Palasport, ha salutato tutti i tipacci della security e poi ha provato un po' con la sua band (molto più conciati da rockstar) che intanto era arrivata.
Nel giro di un'oretta ho fatto amicizia con mister Carboni, al punto che abbiamo chiacchierato (principalmente di politica) per gran parte del pomeriggio. Erano gli anni di Tangentopoli, quindi c'era molto da dire. Ovviamente lui è un confuso che sta dalla parte giusta (per me), ma comunque fieramente confuso.
Ah, se volete saperlo, i capelli di Luca Carboni sono unti di natura. Non se li concia apposta per i video, non mi sembrava impomatato. Ha l'effetto bagnato naturale, insomma, che piace tanto alle donne.
E infatti appena il concerto è iniziato e ho incominciato a guardare in faccia il pubblico del Palasport ho capito che Luca Carboni è veramente un cantante per le donne. Il Palasport fondamentalmente era strapieno di donne di tutte le età, dalle nonne alle nipoti, (più qualche maschio triste, trascinato dalla fidanzata, con autoradio estraibile al seguito) che impazzivano letteralmente per lui.
E non è che Carboni piace solo esteticamente. Dopo un po' mi sono accorto che i suoi testi sono inventati apposta per trafiggere al cuore il gentil sesso, ovviamente senza retorica, che i suoi modi di fare teneroni ma non troppo rassicurano le vegliarde e contemporaneamente infiammano le più giovani e, soprattutto, ho capito che la gente va ai concerti per cantare, mica per ascoltare. Capisco perché De Gregori storpia i suoi brani dal vivo.
A fine concerto, sempre incollato al buon Luca e intento a fare da apriporte, ho visto la mia prima scena da piccole-fans mentre cercavamo di accompagnare Carboni fuori dal Parco Ruffini: decine di ragazzine urlanti (sobillate - chissà perché - da una figura ricorrente: una cicciona sudatissima con l'accento napoletano che ho visto più volte fare da capopopolo alle orde di fans), disposte veramente a tutto pur di avere anche un solo sguardo dal loro idolo. Fossi stato in lui mi sarei letteralmente buttato, anche perché - masaniella oversize a parte - il panorama estetico era molto gratificante.
Invece Carboni niente. Niente groupies, niente minigonnute al seguito, niente fidanzate in vista (visti i testi travagliatissimi che scrive si capisce anche perché), niente attenzioni di tipo erotico alle fans. Ha firmato autografi, si è dimostrato caloroso, ha elargito qualche casto bacio sulle guance e poi è montato in macchina in tutta calma. E non è che ha fatto la star indifferente. Semplicemente mi è sembrato troppo timido per approfittarne, oppure troppo onesto. Vai a capire...
Alla fine è stato così buono che mi ha invitato a cena con la band e il suo (credo) tour manager. Di fronte ad una pizza gli ho chiesto se era sua abitudine fare sempre lo schivo di fronte alle fans. La risposta - assolutamente cinica e poco credibile - è stata disarmante ma simpatica: "Domani mi devo svegliare presto, stasera non avevo tempo".
Il buttafuori democratico
A grande richiesta e assolutamente fuori tempo massimo, racconto finalmente la mia esperienza pluriennale come addetto alla security ai concerti. Innanzitutto chiarisco un equivoco: non ho il fisico per badare alla sicurezza nemmeno di me stesso, sono tendenzialmente buono e in generale non amo qualsiasi cosa si avvicini lontanamente anche solo al concetto di "forze dell'ordine".
In compenso ho fatto sicurezza ai concerti per anni per il semplice fatto che era un modo intelligente e gratuito per vedere un sacco di spettacoli sotto al palco, per (tentare di) fare (vanamente) il guappo con le ragazzine prossime allo svenimento nelle prime file e, soprattutto, per finanziare il movimento politico giovanile in cui militavo. Infatti noi giovani militanti prestavamo gratis i nostri servizi agli organizzatori dei concerti e i soldi dovuti finivano a pagare l'affitto della sede, i volantini, ecc.
Fondamentalmente il lavoro del security-boy ai concerti è banale. I più sfigati stanno all'aperto e cercano di impedire alla gente di scavalcare i cancelli del palasport/palastampa/stadio delle alpi ed entrare in massa senza pagare. I più fortunati (o quelli con il look meno da picchiatore come il sottoscritto) stavano sotto il palco, fondamentalmente a non fare niente, salvo ogni tanto recuperare qualche svenuta e -se particolarmente infami - approfittarne per qualche palpata durante l'operazione di salvataggio (personalmente mi astenevo). In ogni caso il grande obiettivo di molti era baccagliare le giovani fans, sperando che il solo stare al di là delle transenne facesse ricadere su tutti i security-boys un po' di carisma riflesso dall'artista sul palco. Certo che se l'artista è Masini, può al massimo ricadere qualche sputacchio mentre canta, ma niente più.
La cosa divertente è che stando sotto il palco dal pomeriggio fino a notte fonda riesci a cogliere aspetti inediti dei cantanti e, soprattutto, riesci a guardare il pubblico dei concerti - che di solito è il vero spettacolo - con un distacco quasi antropologico. Facendo sicurezza a quasi tutti i concerti che si sono tenuti in città nella prima metà degli anni Novanta, mi sono beccato cose eccelse (i Litfiba pre-intamarrimento, i Metallica, tutti i concerti del periodo delle posse), sorprese (Luca Carboni e i Cure), cose così così (tutti i cantautori salvo De Andrè, che di diritto è nella categoria sopra l'eccelso) e cose oltre la soglia del trash più lurido (Nino D'Angelo ancora col caschetto, Cristina D'Avena, Ambra, Anna Oxa).
Nome per nome, nei post seguenti racconto qualche concerto meritevole e soprattutto molte disavventure trash, perché ne capitano sempre più dietro ai palchi che sopra.
Aulici ricordi adolescenziali
Ecco un altro neurone che riemerge dall'oblio con la sua informazione inutilmente memorizzata e il ricordo inquietante ad essa legato: non so come e non so perché, ma d'improvviso 10 minuti fa, mentre navigavo beatamente nella fuffa internettiana, mi è venuto in mente che una decina di anni fa mi hanno presentato una ragazza giapponese in visita a Torino, che di nome faceva Conato (non so se con la K o meno, ma il suono è quello).
Ovviamente ho sepolto questa informazione inutile - degna al massimo di una sghignazzata sul blog - nei meandri più ascosi della mia mente, ma in un momento di leggerezza mi è tornata su (ommioddio, ecco che spuntano i doppi sensi involontari: scusatemi!).
In omaggio allo spirito accogliente di noi subalpini, notoriamente falsi e cortesi (più falsi), nessuno aveva informato la povera visitatrice nipponica del significato in italiano del suo nome (anche perché la compagnia con cui girava non sembrava avere un vocabolario ricchissimo, sebbene fossero tutti italiani). Prendendo il coraggio a due mani, ricordo che le spiegai in inglese l'equivoco fonetico del suo nome.
Temevo una scena di pianto giapponese seguita da un'aggressione ai miei danni a base di arti marziali sconosciute, ma non accade. Anzi, la tipa sembrava divertitissima dall'equivoco linguistico. Non vedeva l'ora di dirlo a casa. Il che dimostra che dei giapponesi non ho capito una mazza. Oppure che non mi sono spiegato bene in inglese e chissà cosa ha capito.
In ogni caso è un ricordo inutile. E continuo a sprecare neuroni.
Il piacere di saperlo
Per vostra informazione alle ore 3 e 25 di notte, negli studi di RaiNews 24 stanno intervistando Victoria Silvested. Vestita.
L'ennesima dimostrazione dell'inutilità del servizio pubblico.
Il passatempo più sano ed economico
Non vedo l'ora che domani aprano i negozi di alimentari (per poco, visto che il mercoledì pomeriggio da queste parti chiudono!). Ho scoperto l'hobby che dà senso ad una vita e che consiglio a tutti.

Lasciatevi elettrizzare anche voi dalle suadenti e coreografiche sculture coi wurstel. Bastano una decina di pacchetti di wurstel di dimensioni diverse, dal merolone al salamino monodose, un po' di fantasia, e anche voi potrete aprire il vostro mondo all'Arte. (Se siete così presi male da cliccare sul link, sappiate che per ogni scultura indicata c'è uno schema costruttivo accurato e addirittura un video tutorial).
Scatenatevi e producete il vostro primo ippopotamo di wurstel, ma le opzioni sono infinite. Che ne dite di uno squalo di wurstel? E di una simpatica e natalizia coppia di renne di wurstel? O un elefante? Come direbbero i vulcaniani, infinite diversità in infinite combinazioni.
Cosa volete di più? Le sculture di wurstel sono una forma d'arte a portata di tutti, con materie prime che costano poco e sono di facile reperibilità. In più ad un eventuale mostra con vernissage possono svolgere contemporaneamente la doppia funzione di opera esposta e stuzzichino. Certo, non durano molto nel tempo. Ma si sa che l'arte delle epoche decadenti tende alla caducità.
Sorprese elettorali
Finalmente la lista "Uniti (si fa per dire) nell'Ulivo" ha smesso di fare a botte con se stessa, si è decisa e oggi pubblica l'elenco dei candidati alle Europee in ciascuna circoscrizione. Facendo finta di non leggere i nomi di Formentini e di Vittorio Dotti tra i candidati del Nord-Ovest, dopo una rapida occhiata ai candidati so già a chi darò le mie preferenze.
Il primo è sicuramente Pierluigi Bersani, un mio mito personale. Innanzitutto è forse uno dei DS più prodiani in assoluto e già per questo merita il mio voto, anche perché ormai appartengo alla categoria della "sinistra ecumenica", quindi spazio a chi unisce e schiaffoni (militanti) a chi divide.
Tra l'altro Bersani è un politico e un amministratore preparatissimo, competente e soprattutto chiaro: quando parla in TV evita il politichese, evita le banalità funariane ed è molto concreto.
Pare che come Presidente della Regione Emilia-Romagna sia stato strepitoso, che come ministro dell'Industria abbia fatto cose eccelse (mettendo a tacere perfino l'opposizione) e che cucini un ottimo fagiano alla crema (ok, quest'ultima l'ho inventata io).
In più mi sembra giusto - e lo dico da una vita - alimentare la corrente trasversale di emiliano-romagnoli all'interno del centrosinistra, non fosse altro perché la Federazione DS dell'Emilia-Romagna foraggia mezzo partito coi suoi soldi, ma soprattutto perché da quelle parti i "nostri" tendono all'unità, alla sinergia e non allo scazzo completo.
Come seconda preferenza sceglierò Mercedes Bresso. E' la Presidente della Provincia di Torino, è un'ecologista della prima ora ed è - appunto - torinese. Quindi si becca il mio voto campanilistico. In più ha amministrato molto bene, è stata rieletta con percentuali bulgare ed è una politica preparata, che quando serve è un peperino incazzuso che non raccomando a nessuno.
Tutto il contrario, insomma, di suor Livia Turco, che ogni volta che apre bocca fa perdere mille voti al minuto al centrosinistra.
(Qualche tempo fa l'hanno candidata alle Regionali in Piemonte e ci siamo presi l'ennesima mazzata. E tutti a sorprendersi di come la ex ministro più lagnosa d'Italia potesse aver perso contro l'attuale Presidente della Regione Piemonte Enzo Ghigo. Evidentemente non l'avevano mai sentita parlare. In più le avevano fatto dei manifesti in cui aveva un tailleurino verdino che stonava coi suoi denti oscenamente gialli [a sinistra è vietato usare Photoshop, evidentemente] e una scritta incomprensibile ai non tesserati da meno di 30 anni. Un disastro, puro Nashville).
La terza preferenza, che di solito si dà alla cazzo, questa volta non la spreco. Voto la candidata numero 8, Chiara Cremonesi. Il motivo? La conosco! Era una mia (bravissima e sensibile) compagna di militanza, ha un paio d'anni più di me e anni fa studiava pure (e credo studi ancora, visto che la politica a tempo pieno ti dà malapena il tempo di respirare tra una riunione e l'altra) - sebbene da fuorisede - a Scienze della Comunicazione a Torino. Insomma, voto una mia simile.
So chi voto: ha pure buone opportunità di essere eletta, visto che è in alto nella lista grazie al suo cognome. Incredibilmente, infatti, di solito le liste proporzionali di centrosinistra raccolgono le preferenze a scalare rispetto all'ordine numerico dei candidati. Quindi più sei in alto in lista, più ti votano, questo perché la gente è convinta che si facciano le liste in modo gerarchico (cioè gli eleggibili prima e i riempilista al fondo) e non sa che ora - salvo i primi 3 o 4 capolista - i candidati sono in ordine alfabetico.
In ogni caso fa piacere conoscere di persona un candidato, anzi una candidata, ricordarsela che beve birra a Zona Castalia o da Giancarlo e sapere che ti puoi fidare di lei.
In ultimo, ci terrei a far notare che darò due delle mie tre preferenze a due donne (e a tre candidati in quota DS, d'altronde vengo da quel mondo lì e non me ne vergogno), non tanto perché credo alla retorica della "politica in rosa" (che trovo troppo bipartisan per i miei gusti: meglio eleggere un maschio dei nostri piuttosto che Alessandra Mussolini o quella fine intellettuale di Daniela Santanchè.), ma perché so che sono persone che valgono e che sanno fare.
L'unico fesso? Prove tecniche di misantropia
Ma alla fine resto solo io uno dei pochi che non è minimamente interessato a vedere Kill Bill e The Passion?
Passi che mi riduco sempre a fare scelte impopolari (in vita mia, per esempio, non ho mai posseduto uno Swatch, uno zaino Invicta/Napapjri/mettete voi la marca del momento), ma mi sa che se continuo così finisco per "perdere il contatto con le masse" (espressione recuperata da un vetusto vocabolario italiano-sinistrese, sinistrese-italiano). Non che ci tenga particolarmente, ma se vivi su Marte di cosa parli con gli amici quando esci la sera?
Beh, la soluzione (masochistica) c'è: non uscire con gli amici, isolarsi in un perduto casolare in campagna e tramare contro il mondo intero.
Se vi giunge notizia di un Unabomber che spedisce oggettistica di Hello Kitty esplosiva, sapete a chi dare la colpa.
Ora e sempre
E' il 25 aprile, e da buon antifascista fieramente iscritto all'ANPI da quando ha 14 anni (e idealmente anche da prima, se avessi potuto) oggi festeggio la Liberazione e ricordo i nostri caduti.

Tanto per restare in tema, casomai vi foste chiesti il perché del mio nickname Broken_Bridge, ecco tutta la storia.
E c'è anche spazio per una piccola citazione da "Ponte Rotto", il libro di Giambattista Lazagna - forse uno dei più crudi e assolutamente non retorici scritti "a caldo" (è del 1946) sulla Resistenza - che mi ha sempre affascinato.
Confesso che mi piace molto perfino il solo titolo, che ha un valore simbolico di "argine al male" (nel libro i partigiani cercano di far saltare un ponte pur di fermare un treno carico di deportati diretto in Germania).
"Con la nostra vittoria, con la nostra discesa nella città subimmo senza dubbio la prova più dura per il nostro morale di partigiani. Quello che non avevano fatto i combattimenti disperati, la fame, il gelo dell'inverno, cercò di fare molta gente. Troppi cercarono di allontanarci di colpirci, di disgregarci.
Ma qualcosa c'è di molto vivo ancora in noi e che vivrà finché un solo partigiano avrà a vita:
Sarà il ricordo della nostra vita di combattimento e di onestà.
Sarà il ricordo della fratellanza partigiana che ci spingeva ad essere primi nell'attacco, ultimi nella ritirata, che ci faceva dividere in trenta un pezzo di pane.
Sarà il ricordo dello spirito di sacrificio e di giustizia che ci animava.
Sarà il ricordo delle ferite che abbiamo nella carne"